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OBESITA': APPROCCIO PSICOLOGICO

S. è un paziente di 31 anni, ha un lavoro stabile. Convive da sempre con una forma di obesità grave, si è rivolto a diversi specialisti, ha effettuato varie diete, ha perso anche 20 chili che prontamente ha rimesso, è stato ricoverato in una clinica per perdere peso ma dopo essersi sottoposto al trattamento è ritornato sui suoi passi.

approccio psicologico all'obesità<< Come posso fare a risolvere il mio problema >> -  mi chiede - << Non ne posso più, tutti mi dicono che senza questi chili di troppo sarei una persona migliore, ma io, ogni volta che torno a casa, visto che lì non mi fanno trovare più nulla, mi fermo in pizzeria e mangio l’impossibile. Come posso fare? Mi aiuti! >>

Il presupposto da cui io parto nell’intervenire in casi come questi è sicuramente lavorare in collaborazione con gli altri specialisti che seguono il caso ( medico internista, nutrizionista, medical trainer) e, da un punto di vista psicologico, considerare l’obesità solo come la punta dell’icerberg e provare invece ad indagare i vissuti della persona che sopravvive arrancando, trincerandosi dietro il sintomo. Quindi indago sulla sua vita, sulle sue aspirazioni, le sue risorse, le sue conflittualità, i suoi sogni, le sue fantasie, le sue gioie.
Una delle prime cose che chiedo al paziente è di capire “quanto sia disposto ad impegnarsi attivamente” in questo percorso, perché spesso questa tipologia di pazienti, evitando di cadere in inutili generalizzazioni, si pone in una posizione di passività rispetto al problema che manifesta. Posso ad esempio chiedergli di individuare i vantaggi e gli svantaggi nell'intraprendere un percorso di cambiamento, per indagare i livelli motivazionali. Così come individuare insieme: gli alleati, intesi come aspetti interni ed elementi esterni (luoghi, persone, circostanze, contesti) che lo facilitano oppure lo svantaggiano nel controllo del cibo che assume. Sulla base di questi elementi raccolti, a seconda dei casi, chiederò anche il coinvolgimento dei familiari per comprendere come anche la famiglia possa fare da supporto ed indagarne le dinamiche relazionali.
Il paziente sarà istruito nella trascrizione di un diario alimentare per comprendere quali sono i pensieri e le emozioni che precedono il momento del pasto, quelli durante il pasto stesso e quelli dopo, per lavorarci in terapia.
Potrò supportarlo, suggerendogli delle tecniche che lo possano aiutare nel modificare il modo in cui fa la spesa, così come suggerirgli di evitare di stare a lungo a tavola dopo i pasti o evitare di conservare cibi avanzati, per aiutarlo nel monitoraggio del cibo assunto.
Il punto focale è: "Smetti di essere la vittima preferita di te stesso. Cerchiamo di capire insieme quale funzione ha per te ingozzarti fino a stare male... Perché non ti ami?" Certo è importante utilizzare delle tecniche specifiche, ma lo è ancora di più trasferire al paziente l’essenzialità di elementi quali: impegno, costanza, motivazione, sacrificio, "quanto si è disposti a spendersi" e ovviamente il livello di sintonia e di conseguenza la qualità dell' “alleanza terapeutica” che si riesce a stabilire col terapeuta. Sarà in particolar modo questo che farà la differenza nell’efficacia del trattamento!